lacasadellemeraviglieLa fisica degli abbracci

A un anno e nove mesi leggevo e scrivevo nelle mie due lingue madri, italiano e inglese.
A tre anni leggevo anche tedesco e francese.
A sette anni mi sono diplomato e due mesi dopo ho condotto una ricerca sulle formule gaussiane di quadratura.
A nove anni sono entrato a Cambridge e a undici mi sono laureato.
Nel frattempo pubblicavo saggi sulle equazioni esplicite di congruenza, sullo spazio di Hilbert e sui campi ciclotomici, e imparavo il mandarino, l’ebraico, il tamil, l’arabo, l’hindi e l’urdu, che sono simili ma usano due alfabeti diversi.
A dodici anni tenevo un corso al Trinity College sulla teoria dei campi e mi specializzavo in fisica delle particelle.

A quattordici anni, sette mesi e sette giorni sono morto.

 

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lacasadellemeraviglieLa casa delle meraviglie

La nostra ventunesima casa aveva un bel salotto con un divano comodo e due poltrone scomode, due camere da letto e un terrazzino che purtroppo affacciava sulla ferrovia. La prima notte il rumore dei treni merci mi aveva spaventata, ma poi mi ero abituata. Comunque ci rimanemmo soltanto un paio di mesi.

La casa numero sedici o diciassette aveva un ingresso buio e una sola camera da letto, così papà dormiva sul divano, che non era per niente confortevole. Per fortuna ci abitammo poco più di un mese. Prima ancora vivevamo in una villetta isolata fuori città, non ci arrivava neppure l’autobus ed eravamo costretti a certe levatacce, ma a me piaceva.

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La luna e il soldato

Come inizia LA LUNA

 

Le sirene sembravano lupi. Quando gli ululati mi svegliavano, mettevo subito le gambe giù dal letto, la testa ancora lontana. Afferravo il vestito di cotone a fiorellini gialli al fondo delle coperte, poi mi lasciavo scivolare giù e infilavo le scarpe. Il vestito lo mettevo per ultimo. Con le calze e la maglia di lana ci dormivo, per ordine di mamma che ogni sera controllava che non disobbedissi. Era una sciocchezza perché era fine giugno e faceva un caldo che toglieva il fiato, ma ultimamente mamma faceva un sacco di cose stupide, e questa non era affatto la più stupida.

Mamma gridava sbrigati sbrigati sbrigati sbrigati così forte da coprire le voci sulle scale. Io intanto prendevo il mio sacchetto di tela blu e finalmente ero pronta.

 

Come inizia IL SOLDATO

 

Lo vidi uscendo sulla radura mentre facevo legna nei boschi dietro la Querciola. Se ne stava lì rannicchiato, la schiena appoggiata a un muro a secco. Mi spaventai a morte e la fascina rotolò lontano.

Erano i primi giorni di ottobre, con il sole il tempo era ancora mite, ma dopo il tramonto l’aria si faceva fredda. La sera, nelle case, si riunivano tutti intorno alle stufe, ci mangiavano anche accanto a quel calduccio, soprattutto i vecchi che avevano i brividi perfino in estate tanto erano pelle e ossa. Io di vecchi in casa non ne avevo.

Mi acquattai dietro un dosso col fiato in gola e aspettai, ma non successe niente. Non vedevo il fucile, forse l’aveva nascosto lì intorno. Poteva essere un partigiano, perché no, la divisa era sporca di terra, non si capiva. Ma i partigiani, a quel che sapevo, erano accampati dall’altra parte del crinale. Così strisciai fuori e lo osservai. Era un soldato tedesco, ah, dalla testa ai piedi. E magrolino, non come quei giganti che settimane prima erano sfilati in paese a passo pesante. Questo sembrava di un'altra Tedeschia. Era esile come una ragazza, e biondo di un biondo che faceva impressione tanto era chiaro.

Pensai che sarebbe morto presto.

 

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La scatola dei sogni

Un giorno di primavera del 1896

L'uomo che si alzò dalla sedia e sparò cinque colpi contro lo schermo sapeva benissimo che mirava a un’immagine, a una specie di fotografia in movimento.

Tuttavia non poté resistere alla vista di quel volto che, per pochi secondi, appariva in primo piano. Si alzò impugnando il revolver e per cinque volte tentò di colpire la figura sullo schermo.

Nella sala si creò immediatamente il caos. Donne che strillavano, svenimenti, un fuggi fuggi generale.

Così, in quella confusione, l'uomo si allontanò indisturbato borbottando fra sé parole che nessuno pensò di raccogliere.

La conseguenza di tutto ciò fu il ferimento inspiegabile, e per un certo verso persino comico, del proiezionista. Come ancora si usava allora, dietro lo schermo c'era un giovane che manovrava il proiettore, e a lui arrivò uno dei cinque proiettili destinati al muto personaggio in bianco e nero dall'altra parte del telo. Uno solo, per fortuna, che gli ferì la coscia destra. Si poté leggere la cronaca di questo misterioso e strambo episodio sui giornali del giorno dopo.

Gli articoli erano accompagnati dalla foto del giovane proiezionista, che si chiamava Marcel Moreau, ed era stato iniziato a quel mestiere nientemeno che dai fratelli Lumière.

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La terra sotto i piedi

LaTerraSottoIPiediIl campo del ghetto Novo era tagliato orizzontalmente da un denso strato di nebbia bassa. Samuel se ne stava riparato dietro un pilastro del portego, a osservare, sotto lo spazio ovattato del campo, gli zoccoli degli erbaroli che preparavano i banchi, le babbucce chiare dei mercanti levantini, i bordi agitati delle sottane delle donne. Le uniche teste visibili erano quelle delle oche.

– Una nebbia ad altezza d’oca – pensò. Era da poco passata l’alba, e ancora non gli arrivava, dalle basse porte affacciate sulla riva del canale, l’odore della focaccia…

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Storie incredibili di animali straordinari

Storie-incredibili-di-animali-straordinariLe storie degli animali diventati famosi in epoche diverse e per diversi motivi sono quasi sempre storie di uomini e donne. È nel rapporto con la nostra specie che misuriamo le virtù e la celebrità di leoni, cani, rinoceronti e falchi, perché soltanto noi abbiamo la capacita di raccontarle.

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Una capra tibetana in giardino

LaTerraSottoIPiediFra qualche settimana farò il damigello e sicuramente inciamperò. Mi obbligheranno a mettere un vestito ridicolo (ne possiedo solo uno, e punge) e mi spalmeranno in testa una roba appiccicosa che puzza, perché ho i capelli che stanno sempre dritti e la mamma mi dice continuamente «Edoardo, pettinati». Ma io mi sono appena pettinato.

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