caro_babbo_nataleCaro Babbo Natale

Caro Babbo Natale,
mi chiamo Michele. È un nome che non si usa più, e infatti all’asilo non ce l’aveva nessuno a parte me. Anche adesso che vado alle elementari ci sono mucchi di Lorenzo, Federico, Edoardo e Filippo, e così le maestre li chiamano per cognome per non confonderli. Questo per dire che non ti capiteranno tanti Michele, e quindi ti ricorderai più facilmente di me. Scusa tanto, ma tu sicuramente sai tutto sui nomi dei bambini perché ricevi le loro lettere. Riparto dall’inizio e quindi ti chiedo per educazione: Come va? Sarai molto occupato in questo periodo. Anche mia zia Tiziana, che ha un negozio di biancheria, ha parecchio lavoro, e dice sempre che Natale è un periodo faticosissimo perché deve tenere aperto il negozio anche di domenica e le si gonfiano i piedi. Gonfiano i piedi anche a te? Allora ti consiglio questo metodo, che mia zia Tiziana usa sempre: un bel pediluvio con acqua e sale. Lei dice che si sente rinascere. Ti scrivo non solo per darti consigli sui piedi gonfi, ma per avere qualche risposta su come devo preparare la lettera di Natale, quella con i miei desideri. Finalmente ho avuto il tuo indirizzo, che poi era veramente facile. Se solo l’avessi saputo prima ti avrei evitato la fatica di leggere telepaticamente le mie lettere collegandoti col soggiorno di casa mia. So che per te non è difficile la lettura telepatica perché ci sei abituato (me l’ha spiegato mio papà), ma avere la lettera dentro la buca è sicuramente più comodo. E poi è un gran bell’indirizzo e non vedo l’ora di scriverlo sulla busta: Gentile Signor Babbo Natale, POLO NORD, TERRA. Un indirizzo veramente forte, non come il mio che è corso Vittorio Emanuele II numero 228 bis, e poi vicino al nome della città ci vogliono altri 5 numeri che non sto qua a dirti. Tornando al perché ti scrivo con tutto questo anticipo, la mia domanda è questa: nella lettera che ti manderò tra poco devo metterci tutti i miei desideri, oppure solo quelli più importanti? Tu come ti regoli? Scegli quelli che ti piacciono di più? Vedi cosa ti resta in magazzino? Tiri a sorte? Non pensare che sia un tipo curioso. Ti faccio queste domande perché non vorrei più un pigiama felpato. Quello dell’anno scorso aveva degli orsetti gialli (ce l’ho addosso in questo momento, se puoi vedermi con la telepatia o con il satellite) e tiene troppo caldo. Inoltre ho otto anni, e alla mia età gli orsetti gialli non sono adatti. Se hai solo pigiami di questo genere, potresti anche evitare di mandarmi un pigiama. Ti prego quindi gentilmente di dirmi quante cose posso chiederti e se devo farti anche dei disegni per farti capire meglio. Non è che non mi fido, ma vorrei toglierti tutti i problemi.

Tuo affezionatissimo Michele

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la_coda_degli_autosauriLa coda degli autosauri

Il sole è basso, credo che non manchi più di mezz’ora al tramonto. Siamo fermi da almeno tre ore. Per la verità non ho guardato l’orologio all’inizio. Però, quando siamo partiti, papà ha detto:
- Mi dispiace andar via così presto, ma è l’unico modo per evitare le code ed essere a casa per cena.
Di solito ceniamo verso le otto. Non credo proprio che saremo a casa per l’ora di cena. Così ho preso il mio quaderno e mi sono messo a scrivere. Non è che scrivere mi piaccia poi tanto, ma è sempre meglio che far niente.

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storie_da_mangiareStorie da mangiare

Candido Fiordilatte faceva il pasticciere in una bottega vicino al porto.
Forse quello non era il suo vero nome, ma certamente gli calzava a pennello, perché Candido Fiordilatte aveva i capelli bianchi, la faccia tonda e la pelle candida e liscia. Come una meringa alla panna. Candido Fiordilatte era così contento del suo lavoro che si era perfino dimenticato di prender moglie. Ma era anche così orgoglioso della sua pasticceria che non se ne preoccupava troppo: aveva due scintillanti vetrine proprio sulla piazza di fronte al porto, e il profumo delle torte e dei biscotti si spandeva dappertutto.

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chiedimi_chi_sonoChiedimi chi sono

Nel palazzotto dei Conti Saporiti fervevano ormai da settimane i preparativi della partenza.
La contessa Maria Filippa in realtà si preparava da mesi, se non da anni. Il viaggio di suo figlio Filiberto non era che il coronamento di un sogno inseguito da lungo tempo. Un matrimonio che avrebbe fatto epoca. Ne avrebbero parlato le cronache, tutta la nobiltà padana, i loro discendenti e forse addirittura i libri di storia. La contessa aveva coltivato quel matrimonio come si cura una pianta tropicale di una specie rara, ma nonostante ciò non si sentiva affatto tranquilla. Il giovane Filiberto era più attratto dall’aspetto avventuroso del viaggio che non dalla prospettiva di sposarsi. Ogni volta che pensava al figlio, la contessa assumeva un’aria vagamente desolata. Le si piegavano all’ingiù gli angoli della bocca. Era un ribelle, suo figlio, un ribelle irresponsabile. E per questo, la contessa aveva preso le sue precauzioni. Il lungo viaggio del giovane conte sarebbe stato guidato e comandato da una persona di sua assoluta fiducia: Monsignor Ambrogio Gentini. Per la contessa, Monsignore era un punto di riferimento. Molto più di quello smidollato del conte suo marito, che passava le giornate a raccogliere piante rare e a collezionare insetti. Monsignore era stato assunto come precettore quando il giovane conte aveva quattro anni. Con suo rammarico, si era immediatamente reso conto che il bambino aveva un animo risoluto, un carattere forte, difficile da piegare, e un acceso spirito di ribellione contro ogni forma di autorità. Amava ficcarsi nelle stalle a strigliare cavalli, correre come un forsennato con i figli dei servi, presentarsi a tavola in perenne ritardo e girare per il palazzo in tenute poco consone al suo rango. - Salviamo ciò che è possibile salvare! - aveva annunciato tempo dopo alla contessa. - È inutile sperare in un miracolo, ma dobbiamo cercare di cavar da lui quel poco che si può.

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preferirei_chiamarmi_marioPreferirei chiamarmi Mario

Il mio nome è Venerdì

Del resto, che su molte cose mia madre non sia un’aquila e mio padre nemmeno, lo si capisce dal mio nome. Il mio nome è Venerdì. Venerdì come il giorno della settimana. Ma non c’entra niente con il giorno in cui sono nato, anche perché era un mercoledì. L’ho saputo in seconda elementare.
Mi chiamo Venerdì per colpa di un libro. È la storia di un certo Robinson che fa naufragio su un’isola deserta, che però non è deserta perché c’è un altro che già ci abita, che diventa il suo amico o il suo cameriere o tutte e due le cose. Robinson decide di chiamarlo Venerdì. E i due stanno lì per un sacco di tempo, finché passa una nave e tornano a casa. O forse torna uno dei due perché l’altro a casa c’era già. Venerdì appunto.
Il mio nome non ha diminutivi. Ci ho provato più o meno da quando avevo sei anni. È inutile, non ne ha. Però in compenso si presta a un sacco di giochini che divertono molto gli altri. Non me. Il venerdì mattina, per esempio, a scuola c’è sempre qualcuno che mi indica e fa: - Oggi è Venerdì.
E qualcun altro risponde: - Anche ieri era Venerdì.
O anche: - Sarà Venerdì anche sabato.
Per questo vorrei almeno chiamarmi Mario, come mio nonno materno.

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tutta_colpa_di_un_caneTutta colpa di un cane

I genitori di Amelia hanno un enorme negozio di ferramenta proprio sotto casa, e quasi sempre Amelia fa i compiti nel retro, dove c’è un grosso tavolo pieno zeppo di roba: chiodi, limatura di ferro, chiavi, viti e attrezzi dagli usi più strani. Intorno, infiniti scaffali, e sugli scaffali, scatole ordinate ed etichettate. A furia di stare in negozio Amelia ha imparato quasi tutto quello che c’è da sapere sulla ferramenta, e non è cosa da poco. Per esempio, tutti pensano che una vite sia una vite e basta. Ma ci sono mille tipi di viti: viti con la testa sagomata, viti a canalino, viti a testa zigrinata, viti per giunzioni mobili. Amelia sarebbe in grado di elencare decine e decine di viti. Per non parlare dei chiodi, delle pinze, delle chiavi inglesi.
Amelia è grassa, e non è neanche molto popolare a scuola. È probabile che le due cose siano collegate, ma lei sa benissimo che c’è dell’altro. Alle elementari non era certo la cocca dei maestri. Amelia ha quel che si definisce un carattere difficile. Ovviamente lei non sarebbe affatto d’accordo, perché a suo modo di vedere il suo carattere è semplicissimo, se uno si sforza di capire quello che ha da dire. Ma è piuttosto raro che qualcuno si sforzi. E del resto il padre e la madre di Amelia la capiscono perfettamente, il che è magnifico. E poi è convinta che si possa benissimo fare a meno di sorrisi e smancerie: la gente, prima o poi, ti delude sempre.
Ad un certo punto, per motivi che non dipendevano affatto dalla sua volontà, Amelia è stata costretta a frequentare Umberto. Non ci sono al mondo due persone più diverse di Amelia e Umberto. Improbabile perfino che ce ne siano in tutto il resto dell’universo, che secondo Amelia è abitato, anche se non si sa da chi.

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I fratelli Wilson e la Porta Magica

la_porta_magicaTre settimane dopo il compleanno di Lillian i signori Wilson morirono in un incidente aereo. La tragedia fu riportata su tutti i giornali, soprattutto quelli inglesi e italiani, visto che si trattava di un volo serale Londra-Roma.
Quando arrivò la notizia a nonna Virginia, era notte fonda. Ma lei decise che non era il caso di svegliare i ragazzi. Samuel junior, Brian, Margareth e Elisabeth lo seppero alle sette del mattino, quando si alzarono. Nonna Virginia decise anche che non era il caso di dirlo a Lillian, per ora. Ma lei lo capì ugualmente.
Era un venerdì mattina. Quel giorno divenne il loro confine: la spaccatura tra il prima e il dopo.

* * *

Nonna Virginia amava le regole. Era una donna di scienza, in fin dei conti, e detestava l’improvvisazione, la confusione, la sregolatezza. “Oltre le regole c’è solo il caos”. O il caso, che del caos è fratello, oltre che anagramma.
La vita dei ragazzi Wilson venne organizzata in base a regole semplici e ferree. Sveglia, colazione, scuola, compiti, sport.
I cinque Wilson andavano a nuoto in massa, perché quello era l’unico sport che nonna Virginia concepiva. Detestava i giochi di squadra (“un’inutile e caotica socializzazione”), quindi Brian, che suo padre già sognava nella squadra di basket dell’Ucla, una delle migliori università americane, aveva dovuto smettere di allenarsi. E Samuel, che era stato per alcuni anni il fiore all’occhiello di una piccola palestra di judo, (“un postaccio”), aveva mollato tutte le sue cinture in cambio di un paio di costumi da bagno. Margareth aveva smesso di frequentare le lezioni di ginnastica ritmica, (“un’accozzaglia di patetici saltelli”) ma per sua fortuna senza grossi rimpianti. Non che il nuoto le piacesse di più: odiava la puzza di cloro della piscina. Elisabeth non aveva mai espresso un parere in proposito, mentre la piccola Lillian era un vero e proprio pesce: era l’unica a manifestare entusiasmo per l’attività sportiva della tribù Wilson. Ma anche se così non fosse stato, nonna Virginia ce l’avrebbe mandata ugualmente.

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