i_topi_non_avevano_nipotiI topi non avevano nipoti

Questa storia è iniziata grazie alla mia asma, una tosse molto noiosa che mi viene certe volte soprattutto quando inizia a far freddo. Tossisco tossisco e mi manca il fiato.
Chi mi sente tossire si spaventa molto se non mi conosce, perché sembra che sto per morire, ma non muoio mica. E’ solo che fa impressione. Ma non sto male come sembra.
Neanche bene. Infatti quando mi viene l’asma non vado a scuola. Non avrei mai pensato di dover ringraziare la mia asma. Comunque. Quando ho visto la signora Gloria la prima volta, avevo appena smesso di tossire. Ma poco. Guardavo dalla finestra di camera mia, perché stavo facendo merenda e volevo vedere se passavano Jacopo, Matteo, Antonio, e insomma, tutti quelli con cui torno da scuola quando abbiamo il rientro.
Qua dico una cosa che non c’entra niente con quella di prima, ma c’entra con la storia della signora Gloria. Perché a me piacciono molto i nonni. Nonni in generale. Forse perché non ho nonni, a parte una che sta a Venezia e mi piace andarla a trovare ma c’è sempre qualcuno tra i piedi, e lei non mi fa mai stare da solo con lei a Venezia. Qua è pieno di ragazzini che vanno in giro con un nonno o una nonna e se la contano e se la ridono, e a me viene una rabbia. Preferisco lasciar perdere questo discorso perché mi dà molto fastidio.
Questo per dire che io guardo sempre i vecchi, quelli con l’aria da nonno o da nonna. E la signora Gloria ha molto l’aria da nonna. Ha l’aria più da nonna che io abbia mai visto.
Descrivo la signora Gloria: è bella grassa, con le guance rotondissime e i piedi pure. Ha su un numero incredibile di vestiti, messi tutti a strati in un modo che a me sembra disordinato, ma lei dice che invece c’è un ordine molto preciso, solo che non mi ha mai spiegato quale.

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L'enigma del Conte Bianco

l_enigma_del_conte_biancoPedalavano da un po’ lungo la provinciale e fra meno di un chilometro sarebbe iniziato il paese vero e proprio. A destra e a sinistra c’erano campi di granturco, con le spighe ormai altissime e alcuni cascinali perfettamente ristrutturati. In quella stagione la puzza del letame copriva qualsiasi altro odore.
- Ah, gli aromi della campagna! - esclamò Davide con aria ispirata.
Luca sbuffò: - Lo dici tutti i giorni.
- Perché tutti i giorni sento questa puzza tremenda.
- Per le prossime vacanze faccio piantare dieci chilometri di gelsomini.
- Facciamo una deviazione? - propose Matthew indicando una stradina sterrata che era quasi del tutto cancellata dai rovi.
- Di lì non si va da nessuna parte - spiegò Luca.
- E poi non dovevamo andare a prendere il gelato? - intervenne Davide. Era sudato marcio e si era stufato anche lui di andare a zonzo senza meta.
- Avevamo anche detto di non pedalare troppo... - ricordò Luca.
Matthew fece finta di non sentire. - Cos’è quella casa che si intravede laggiù al fondo? Dove ci sono quegli alberi grandi...
- Boh. La chiamano la villa del Conte Bianco ma non so perché.
- Magari perché in passato ci stava un conte... - commentò Davide.
- Ah ah ah. Comunque adesso non ci abita nessuno. E’ abbandonata da un bel po’ di tempo.
- Forte! - disse Davide. - Magari quel posto pullula di misteri!
- Ma va’...
- Tanto non abbiamo niente di urgente da fare - disse Matthew. E imboccò lo sterrato, seguito a ruota da Davide.
- Almeno aspettatemi! - urlò Luca girando la bici.

***

Molto tempo prima la villa doveva essere magnifica. Ampia, dalle linee semplici e raffinate, con una piccola cupola sul tetto e un elegante portico sul davanti. Aveva due piani oltre a quello terreno: il primo piano aveva finestre altissime e strette, mentre quelle del secondo piano erano più proporzionate. Oltre il secondo piano, c’erano degli abbaini, con piccole finestrelle incassate fra le tegole.
In origine, la villa doveva essere di un bianco abbagliante. Ora invece i muri erano grigi e scrostati. Le piante selvatiche che erano cresciute ovunque avevano aperto grosse crepe che somigliavano a gigantesche ferite. Ormai il giardino, in cui si intravedevano ancora tracce di aiuole e sentieri, era diventato tutt’uno con la casa. Tutte le grandi finestre erano sbarrate da pesanti scuri, tranne quelle degli abbaini, lassù in alto, che forse non li avevano mai avuti. Il portone d’ingresso era chiuso da un enorme lucchetto incrostato di ruggine.

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Il vero nome di Lupo Solitario

il_vero_nome_di_lupoAppena sente il suono della campanella di fine mattina, Elisa caccia quaderni, diario e astuccio nello zaino e si catapulta fuori. Non aspetta nessuno, e non c’è nessuno che l’aspetta. Anche se ha appena compiuto dieci anni, torna a casa da sola perché abita a quattro isolati dalla scuola.
Da un paio di giorni si è alzato un vento forte che solleva la polvere ma pulisce il cielo dalle nuvole. Nell’aria vorticano le foglie già ingiallite e contro il marciapiede si accumulano cartacce e rifiuti. Un granello di polvere le finisce tra l’occhio e la palpebra, e la fa lacrimare. Lungo i muri che costeggiano la scuola, sventolano brandelli di manifesti. Annunciano un centro di assistenza appena inaugurato e invitano ad offrire aiuto. Il vento li fa somigliare a bandiere tristi.
La scuola è iniziata da poco più di un mese e Elisa è già stufa. Non della scuola in sé, ma delle novità, che non sono piacevoli per niente. Prima di tutto Laura, la sua cara Laura che era la sua migliore amica dal primo anno di asilo, si è trasferita a Biella o da quelle parti. Quando se n’è andata a fine giugno, a scuola finita, nessuna delle due ha resistito: si sono messe a piangere e come potevano consolarle le frasi della mamma di Elisa (“Vi vedrete ancora, vi telefonerete, o magari è l’occasione buona per cominciare a scrivere delle lettere...”)?
Lettere? Telefonate?  A loro, che erano più che amiche, più che sorelle, più che tutto insomma?
Mentre cammina veloce verso casa, Elisa fa fatica a ricordare la faccia di Laura, e questo le fa venire una rabbia tremenda: come è possibile che in pochi mesi la faccia di Laura stia già sbiadendo nella memoria?
- Elisa! Elisaaaa!
È quel gran scocciatore di Tommy che si è lanciato al suo inseguimento. Fortuna che fra due minuti Elisa sarà arrivata al portone di casa. Tommy ha mollato lo zaino a suo padre (eccolo là, quel signore pelato con gli occhiali grossi come due ruote di bicicletta che arranca in fondo alla strada) e adesso l’ha raggiunta.
- Elisa! Uff. Sei sorda?
- No, ci sento benissimo. Che c’è?
- Niente - fa lui. - Volevo solo fare la strada insieme...
- Io sono praticamente arrivata - risponde Elisa secca.
Tommy ha già iniziato a parlare. Lui non ascolta mai, parla e basta. - Volevo chiederti di quello nuovo... quello che è arrivato oggi.
- E allora?
- È un tipo strano, no?
- Strano? - fa lei. - Perché?
- È più grande di noi. Mooolto più grande di noi. Ha già fatto la quinta una volta - aggiunge abbassando la voce.
- È ripetente. Si dice ripetente. E non capisco cosa ci sia di strano. La maestra Patrizia ha detto che ha vissuto in... insomma, in un altro posto. E’ per quello che ha perso un anno. Ha solo un anno più di noi, quindi non è moooolto più grande. E comunque io sono arrivata - dice Elisa suonando il citofono.

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Per caso e per naso

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Ho sentito raccontare da un cantastorie, uno di quei poeti giramondo che vivono un giorno qua e un altro chissà, una strana storia accaduta molto tempo fa, o forse quasi ieri, in un posto lontanissimo da noi, o forse appena girato l’angolo.
La storia parlava di un paese, grazioso ma niente affatto speciale, un paese come tanti, né bello né brutto. Un paese uguale ad altri, se non fosse stato per quell’orribile e misterioso maleficio che da molto tempo rendeva la vita difficilissima a tutti i suoi abitanti.
In quel paese vicino o lontano
s’udiva parlare in modo un po’ strano:
tutte le volte che si apriva bocca
doveva uscire una filastrocca.
Per raccontare, per chiacchierare,
per dire grazie o per domandare
là si faceva in casa e per via
il verso in rima di una poesia...

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