L'enigma del Conte Bianco

l_enigma_del_conte_biancoPedalavano da un po’ lungo la provinciale e fra meno di un chilometro sarebbe iniziato il paese vero e proprio. A destra e a sinistra c’erano campi di granturco, con le spighe ormai altissime e alcuni cascinali perfettamente ristrutturati. In quella stagione la puzza del letame copriva qualsiasi altro odore.
- Ah, gli aromi della campagna! - esclamò Davide con aria ispirata.
Luca sbuffò: - Lo dici tutti i giorni.
- Perché tutti i giorni sento questa puzza tremenda.
- Per le prossime vacanze faccio piantare dieci chilometri di gelsomini.
- Facciamo una deviazione? - propose Matthew indicando una stradina sterrata che era quasi del tutto cancellata dai rovi.
- Di lì non si va da nessuna parte - spiegò Luca.
- E poi non dovevamo andare a prendere il gelato? - intervenne Davide. Era sudato marcio e si era stufato anche lui di andare a zonzo senza meta.
- Avevamo anche detto di non pedalare troppo... - ricordò Luca.
Matthew fece finta di non sentire. - Cos’è quella casa che si intravede laggiù al fondo? Dove ci sono quegli alberi grandi...
- Boh. La chiamano la villa del Conte Bianco ma non so perché.
- Magari perché in passato ci stava un conte... - commentò Davide.
- Ah ah ah. Comunque adesso non ci abita nessuno. E’ abbandonata da un bel po’ di tempo.
- Forte! - disse Davide. - Magari quel posto pullula di misteri!
- Ma va’...
- Tanto non abbiamo niente di urgente da fare - disse Matthew. E imboccò lo sterrato, seguito a ruota da Davide.
- Almeno aspettatemi! - urlò Luca girando la bici.

***

Molto tempo prima la villa doveva essere magnifica. Ampia, dalle linee semplici e raffinate, con una piccola cupola sul tetto e un elegante portico sul davanti. Aveva due piani oltre a quello terreno: il primo piano aveva finestre altissime e strette, mentre quelle del secondo piano erano più proporzionate. Oltre il secondo piano, c’erano degli abbaini, con piccole finestrelle incassate fra le tegole.
In origine, la villa doveva essere di un bianco abbagliante. Ora invece i muri erano grigi e scrostati. Le piante selvatiche che erano cresciute ovunque avevano aperto grosse crepe che somigliavano a gigantesche ferite. Ormai il giardino, in cui si intravedevano ancora tracce di aiuole e sentieri, era diventato tutt’uno con la casa. Tutte le grandi finestre erano sbarrate da pesanti scuri, tranne quelle degli abbaini, lassù in alto, che forse non li avevano mai avuti. Il portone d’ingresso era chiuso da un enorme lucchetto incrostato di ruggine.

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